Villa Gregoriana, natura rigogliosa e ingegneria umana

La grotta delle Sirene a Villa Gregoriana
In collaborazione con il FAI, ti presentiamo il parco di Villa Gregoriana, dove la natura lussureggiante incontra opere di ingegneria idraulica e rovine romane.
Ringraziamo il FAI di Villa Gregoriana per la gentile concessione di molte delle foto che impreziosiscono questo racconto e per i materiali e le informazioni messe a disposizione. Tra i Beni FAI che possiamo ammirare, ti abbiamo raccontato il Bosco di San Francesco ad Assisi, il Giardino della Kolymbethra in Sicilia e Villa Fogazzaro Roi sul Lago di Lugano. Oggi ti portiamo a conoscere le valli misteriose, i dirupi e le cascate di Villa Gregoriana, a Tivoli (Roma).

Indice: viaggio a Villa Gregoriana a Tivoli

Segui Floralist sui Social!

La Valle dell’Inferno e le antiche rovine

Fin dall’antichità i pastori percorrevano i tratturi della valle dell’Aniene durante la transumanza. Verde e boscosa, essa ospitò, in età repubblicana, eleganti ville romane, tra cui quella del console Manlio Vopisco (due padiglioni separati dal fiume, una cascata interna e un vivaio per le trote) che fu devastata da un’alluvione nel 105 d.C. Citata da Stazio nelle Silvae, era caratterizzata da speroni rocciosi raggiungibili con un ponte e da una natura vergine e rigogliosa. Le acque del fiume si riversavano nel vallone dominato dall’acropoli e dai templi (Vesta e Sibilla) su cui sorgeva l’antica Tibur e costellato da grotte con cascate, acqua fluente, un bosco sacro, rocce e promontori.

Il Parco di Villa Gregoriana

Numerosi interventi vennero effettuati, nei secoli, per contenere le acque dell’Aniene lungo gli argini o sul ciglio delle rapide. L’attuale parco di Villa Gregoriana fu creato dopo l’inondazione che distrusse la parte antica di Tivoli (1826) e coniuga le bellezze della natura con l’intervento umano. Gregorio XVI fece deviare il corso del fiume tramite la perforazione del Monte Catillo e la creazione di due cunicoli artificiali, da cui originò la moderna cascata grande (1835). Questa maestosa opera ingegneristica modificò l’assetto originario del sito, prevedendo una sistemazione organica di percorsi interni attrezzati, vialetti, scale e scalette, punti panoramici, discese e salite immerse in una folta vegetazione.

Video ufficiale FAI

Il ripido sentiero include terrazzamenti e belvedere dotati di panchine da cui si ammira il paesaggio carsico sottostante; scendendo si attraversa il canale dello Stipa (con profonde voragini) giungendo alla Grotta di Nettuno attraverso un tunnel con aperture panoramiche e alla Grotta delle Sirene, immersa in una fitta vegetazione. Si provvide a effettuare la piantumazione di specie vegetali mediterranee e orientali e la ricollocazione di resti archeologici del II secolo d.C. (recuperati nel sepolcreto durante la costruzione dei cunicoli e del ponte Gregoriano che collegava le due piazze principali all’ingresso), secondo un ordine solo in apparenza casuale e in linea con l’estetica del sublime e la concezione del giardino romantico ottocentesco.

Il fiume e le specie botaniche: un giardino che si evolve

Il parco di Villa Gregoriana è caratterizzato da una forte connessione tra valori naturalistici, storici e letterari tesi alla conservazione dell’ambiente. La vegetazione fluviale dei monti tiburtini, tipica delle zone umide, si alterna a quella mediterranea, variando da un versante all’altro (nord-occidentale umido, sud-orientale asciutto e caldo). Scendendo verso la Grotta delle Sirene troviamo pini domestici per i visitatori, agevolati anche dagli alti cipressi che, nei punti di svolta, indicano la strada. La sistemazione ottocentesca del parco di Villa Gregoriana ha mantenuto l’antica vegetazione con alberi di oltre 200 anni, lecci dalle foglie verde lucido, fiori verdicci, ghiande ovali verde chiaro o brune. Questo giardino “dinamico” e in continua evoluzione ospita allori alti e arbusti sempreverdi, licini, acri-foglie, cerase marine, siepi di bosso, specie arboree mediterranee (Ostrya carpinifolia, Cercis siliquastrum, Fraxinus ornus) e arbustive (Pistacia Terebinthus), europee (acero campestre e acero minore) e balcaniche (il sinuoso albero di Giuda originario del mediterraneo orientale dalla chioma globosa ed espansa e infiorescenze a grappolo rosa-violacee sul cui tronco contorto pare si impiccò Giuda).
L'albero di Giuda
Lo storace (Styrax officinalis) è un cespuglio tipico delle zone umide balcaniche ed è simbolo dei Monti Lucretili: ha foglie semplici, infiorescenze bianche e profumate ed è noto come “mella bianca” per le proprietà mellifere (veniva usato dai romani anche per produrre l’incenso). Lungo i bordi dei sentieri dimorano esemplari di spino di Giuda (Gleditsia triacanthos), introdotto nel 1800, e l’esotica robinia (Robinia pseudoacacia, nella foto di seguito) di notevoli dimensioni. Nel sottobosco troviamo il pungitopo (Ruscus aculeatus), che ospita habitat e nidi per scriccioli e piccoli uccelli e ha rami simili a foglie (nelle piccole bacche rosa crescono i fiori). Smilax aspera e Rubia peregrina si alternano a lunghe edere avvinghiate ai tronchi degli alberi.
Robinia pseudoacacia dai fiori bianchi

Nelle zone meno ripide e scoscese di Villa Gregoriana, sopra ai muriccioli, vivono i mediterranei acanti (dal greco aké “punta” e anthos “ago”) con grandi foglie verde scuro e fiori raccolti in spighe cilindriche, amati in epoca classica e visibili nei capitelli corinzi greci e romani (Acanto, ninfa amata da Apollo, fu trasformata per vendetta in una pianta amante del sole mentre Elena di Troia indossava un abito bianco con orli adornati da foglie di faggio e acanto che abbellivano anche i giardini romani).

Lungo i sentieri, i muri a secco ospitano le fitocenosi e tra gli interstizi troviamo l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris) e la cimbalaria tipica di rocce, muri, luoghi freschi e ombrosi, dal portamento strisciante, rampicante e pendulo, con fusto legnoso e ramificato, fiori ermafroditi, foglie triangolari lucide verde-rosso, bacche nere e globose, semi scuri. Sui tronchi tagliati proliferano i funghi.

La zona “ripariale”

Presso la radura di Ponte Lupo, un bosco diradato ospita piante tipiche delle zone fluviali: allori (Laurus nobilis) e carpini neri (Ostrya carpinifolia). Nel sottobosco le bacche rosse dei viburni (Viburnum tinus) colorano il verde insieme al pungitopo e, salendo verso la Grotta delle Sirene, troviamo distese di edera (Hedera helix) pendenti, felci (Asplenium trichomanes, Ceterach officinarum) e ortiche.

Lungo il fiume dimorano le Carex pendule e vicino agli argini i farfaracci (Petasites hybridus), piante tipiche di corsi d’acqua, prati umidi e suoli limosi-argillosi, dalle grosse foglie rotondeggianti usate anticamente per curare ulcere, piaghe e ferite.

Particolare della grotta a Villa Gregoriana

Foto © Tommaso Bonaventura – FAI, particolare della grotta

La vegetazione del versante “secco”

Salendo verso i templi di Villa Gregoriana, le pareti rocciose ospitano lecci dalle forme contorte, gialle violaciocche (Erysimum cheiri) e densi cespugli di ampelodesmi (dal greco ampelos “vite” e “desmos” vincolo, legaccio) tipici dei pendii argillosi.

Sulle pareti di travertino poroso troviamo vegetali fossili e grandi terebinti (Pistacia terebinthus) e salendo filliree (Phillyrea latifolia), alaterni (Rhamnus alaternus) e imponenti corbezzoli (Arbutus unedo).

Vicino alla cascatella della Grotta di Nettuno vegeta un grande esemplare di ontano (Alnus glutinosa) insieme a un bel terebinto (Pistacia terebinthus), un cespuglio (o piccolo albero) con foglioline oblunghe o lanceolate, dal profumo resinoso. Grappoli di fiori rossastri adornano i rami mentre i frutti contengono preziosi oli essenziali usati per saponi e prodotti di bellezza. Le bacche si conservavano, sotto aceto, nella cucina povera per aromatizzare carni o preparare pane e liquori.

Nei pressi dei templi crescono grandi esemplari di bagolaro (Celtis australis) che, nelle parti più assolate, cedono il posto all’assenzio arbustivo (Artemisia arborescens) e alla ferula comune (Ferula communis).

I visitatori e le loro emozioni

Dominante, a Villa Gregoriana, è la presenza dell’acqua: cascatelle e rapide sgorgano dalla parete rocciosa incuneandosi nelle grotte o cadendo a strapiombo. Il suo fragore fa da sottofondo a uno scenario spettacolare, interrompendo il silenzio e provocando stupore ed emozione nei visitatori. Passeggiando tra i boschi ascoltiamo il brusio dell’acqua vorticosa, mentre particelle di umidità si adagiano sulla pelle cagionando sensazioni di freschezza. In queste atmosfere cupe e pittoresche le bacche colorate dei cespugli punteggiano allegramente il verde delle foglie. Scendendo il sentiero ripido e tortuoso, costeggiato da una folta vegetazione, la vista è colpita dalle tinte brune di terra e rocce e dalle bianche trasparenze dell’acqua.
Vista della cascata dell'Aniene a Villa Gregoriana

Foto © Massimo Siragusa – FAI, vista della grande cascata dell’Aniene

In alto il borgo rievoca la secolare e rassicurante influenza dell’uomo mentre gli scorci sulla valle sottostante suscitano sgomento o serenità a seconda della prospettiva.

Di fronte a tanta potenza e bellezza le sensazioni provocate da ripidi crepacci, grotte, rocce maestose, strapiombi e cascate ci stupiscono e intimoriscono, in una sorta di discesa agli inferi che, risalendo, si tramuta in un percorso più agevole e confortante verso la luce.
In questi luoghi, connotati dal fascino della meraviglia, dell’orrido e del sublime la concezione “romantica” della natura si unisce magistralmente alla presenza delle rovine romane.

L’estetica romantica: il sublime e il Grand Tour

Situata sulla sponda destra dell’Aniene, la splendida visuale della cascata di Villa Gregoriana attrasse, per secoli, aristocratici, visitatori e artisti.

Si raccontava di un bosco sacro attraversato da un fiume “iroso” popolato da presenze magiche e sovrannaturali: la Sibilla Tiburtina, divinità oracolare, viveva nascosta nelle grotte e in questi luoghi impervi e pericolosi vagavano gli spiriti dei padri fondatori e i numi tutelari dell’antica Tibur.

L’acqua scavò, nei millenni, grotte e cunicoli e la folta vegetazione di Villa Gregoriana con le formazioni calcaree era un perfetto esempio di “parco romantico”, apparentemente disordinato, asimmetrico e tormentato, che suscitava stupore e forti emozioni, esaltazioni mistiche e religiose che infondevano idee sane, autentiche e morali, e una tensione verso l’infinito e l’assoluto in poeti, scrittori e pittori che immaginavano luoghi esotici e misteriosi di epoca classica e medioevale.

La massa d’acqua che scompariva nella terra dopo aver circondato i templi, la fitta flora, i muschi, le piante acquatiche e gli speroni rocciosi attiravano incauti visitatori che scendevano per i dirupi di notte muniti di torce.

Le gallerie di Sextius Miollis a Villa Gregoriana

Foto © Tommaso Bonaventura – FAI, particolare delle gallerie del generale Sextius Miollis

Le testimonianze

Meta privilegiata del Grand Tour, la valle ispirò le riflessioni di illustri visitatori, dipinti e resoconti di viaggi. Lo stesso Goethe visitò Tivoli per contemplare il paesaggio, le cascate e le antiche rovine e descrivendo, nel Viaggio in Italia del 1816, “spettacoli naturali superbi” che ci “arricchiscono nel più profondo dell’anima”. Lo scrittore inglese Pullan descrisse Villa Gregoriana nel 1879, dove natura e arte sono “piacevolmente combinate” nel contrasto tra “antiche rovine, rapide travolgenti e verde degli alberi”. La Grotta delle Sirene ispirò anche l’autore di favole per bambini Andersen: la bella Sirenetta nuotava nei canali della Villa fondendo la sua voce melodiosa con lo spumeggiare delle onde, rievocando le Ondine della mitologia germanica (bellissime creature acquatiche con coda di pesce e lunghi capelli ornati di fiori e conchiglie che vivevano presso insenature di fiumi, scogli, grotte, laghi, sorgenti, stagni e cascate).

Villa Gregoriana e la pittura

Il parco di Villa Gregoriana e le sue bellezze naturalistiche e archeologiche sono stati raffigurati dai pittori che soggiornarono nell’antica Tibur per il Grand Tour. Questo scenario incantato incorniciava antiche rovine che evocavano storie leggendarie in una natura selvaggia che, per la furia del fiume, mutava sovente la forma delle rocce porose e friabili. Acquerelli e litografie immortalavano scorci minacciosi, selvaggi e primitivi, ridenti o malinconici legati a sentimenti e stati d’animo (albe, tramonti, atmosfere notturne o crepuscolari, chiari di luna, luoghi misteriosi dove entrare in contatto con il divino) simboleggiando passione, libertà, individualismo e inquietudine. Giovanni Riveruzzi dipinse l’inaugurazione del traforo di Monte Catillo del 1835 nella tela conservata a Palazzo Braschi, che descrive le bellezze di questa vallata con le sue asimmetrie, l’apparente disordine, l’incombere di acqua e cascate, la profondità della valle e la vegetazione rigogliosa. L’incisore Cottafavi si ispirò a Piranesi per ritrarre la realizzazione dei cunicoli gregoriani (“Nuova cascata dell’Aniene a Tivoli”, 1835), la forra carsica, i sentieri che conducevano al belvedere, templi e grotte, il paesaggio selvatico antecedente al giardino ottocentesco.
Il Tempio di Vesta a Villa Gregoriana

Anna Eden 86, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons, particolare del Tempio di Vesta

Ne “I due Templi creduti di Vesta e della Sibilla in Tivoli” del 1837 sono immortalati il versante dell’acropoli, le costruzioni della terrazza, la chiesa di San Giorgio, un leccio, una Carex pendula e un gruppetto di turisti. Una tela di Reinhart del 1812 raffigura la grande cascata, l’acropoli e il rilievo di San Rocco tra rocce, vegetazione verde scuro, salti del fiume lucente nella gola carsica. Ducros dipinse le cascate di Tivoli con precisione topografica e senso della spettacolarità. L’acquarello “Veduta di Tivoli” del 1786 inquadra il fondo della forra carsica, evidenziando un paesaggio autunnale colorato dall’acero campestre, dal terebinto e dal carpino. Nella litografia di Lemercier Templi della Sibilla e Vesta” si intravedono il cunicolo del Miollis, le rocce calcaree riflettenti la luce, il biancore delle cascate, la gola e i templi, lecci, terebinti e l’edera sottostante la Chiesa.

Le iniziative del FAI

Il parco di Villa Gregoriana, così amato tra Settecento e Ottocento, cadde in disgrazia rimanendo chiuso per molto tempo. I maltrattamenti, la mancanza di rispetto e manutenzione, il degrado delle sue bellezze naturali e storiche impedivano l’accesso e le visite turistiche. Nel 2002, dopo decenni di abbandono, venne preso in concessione dal FAI, che attuò una grande opera di restauro, messa in sicurezza, bonifica del letto e delle sponde dell’Aniene. L’attuale immagine della villa, riaperta al pubblico nel 2005, rievoca, con il suo fascino, mistero e bellezza i suoi antichi splendori, grazie a rimboschimenti, studio dell’assetto ottocentesco e della antica vegetazione, ricostruzione di vicende storiche, inondazioni e interventi dell’uomo (Grande Cascata e itinerari turistici) recupero di fontane, scalinate e corrimani, consolidamento delle balze rocciose. Il parco di Villa Gregoriana, così come il Giardino di Ninfa. sono luoghi magici ricchi di bellezze naturali lussureggianti, che Floralist ti consiglia di visitare quando sei di passaggio nel Lazio.

Foto di apertura di Baku, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons, particolare della valle dell’Inferno

Patrizia Sivori

Questo articolo è stato curato da un’amica di Floralist:
Patrizia Sivori, Dottoressa in Lettere Moderne, Specialista in Beni archivistici e librari, con una passione per gli antichi libri di botanica, gli erbari medievali, le piante e la letteratura. 
Alla prossima!

1 stella2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle (2 Media dei voti: 2,50 su 5)
loadingLoading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *