Rosa del deserto: tra botanica, mineralogia e cultura

sfoglie di roccia che ricordano una rosa del deserto
La rosa del deserto evoca atmosfere esotiche e i colori caldi della sabbia. Oggi su Floralist ti raccontiamo 3 “rose del deserto” molto diverse tra di loro…
1 stella2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle Vota l'articolo!
loadingLoading...

Quando pensi alla rosa del deserto, cosa ti viene in mente? Atmosfere esotiche, i colori caldi della sabbia e la celebre pietra che somiglia ad una rosa, vero?

Oggi noi di Floralist abbiamo deciso di fare tris e di raccontarti tre “rose del deserto” molto diverse tra di loro, tra botanica, mineralogia e viaggi lontani…

Vieni a scoprirle con noi!

Indice: la rosa del deserto

Segui Floralist sui Social!

L’Adenium obesum, la rosa del deserto

La rosa del deserto (Adenium obesum, della famiglia delle Apocynaceae, la stessa dell’oleandro), è una pianta grassa sempreverde e decorativa per interni originaria delle regioni del Sahel (Sahara meridionale), dell’Africa tropicale e subtropicale orientale e meridionale e dell’Arabia, che può prendere anche la forma del bonsai.

È caratterizzata da foglie ovali lucide verde brillante e fiori bianchi o rosa intenso striati simili a quelli della plumeria e dell’oleandro: è nota, infatti, anche come “oleandro del Madagascar” o “falso baobab”, per il grosso fusto che può contenere acqua e sostanze nutritive nei periodi di siccità, alla cui resistenza è dovuto  il soprannome di “rosa del deserto”.

Adenium obesum, o "rosa del deserto"

Adenium obesum o “rosa del deserto”

È, però, una pianta velenosa contenente, nella linfa, tossine pericolose per il sistema cardio-circolatorio e irritanti per la pelle (gli indigeni la usavano, infatti, per confezionare frecce per la caccia).

Nel linguaggio dei fiori la rosa del deserto è associata all’amore vero e durevole, capace di resistere alle avversità per la capacità di sopravvivere in terreni aridi e secchi e la facoltà di donarci bellissimi fiori.

La pietra dei deserti che somiglia a una rosa

La pietra dai petali di rosa

Con il nome di “rosa del deserto” (o “rosa di sabbia”, “rosa di selenite”, “rosa di gesso”, “rosa di pietra”) viene identificata anche una formazione sedimentaria giallo-ocra incorporata nella struttura cristallina della pietra, che si forma spontaneamente dalla sabbia dei deserti.

La conosciamo tutti: la sua forma ricorda, infatti, proprio i petali di una rosa per l’assottigliamento degli aggregati di cristalli di gesso verso l’estremità indotto dall’ambiente arido, dalle alte temperature e dall’aria tersa che provocano una “evaporazione mineraria selettiva”.

La possiamo trovare in Tunisia, Marocco, Algeria, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Spagna e Oceano Atlantico (Fuerteventura, Canarie, Canet de Mar in Catalogna, La Almarcha e Cuenca in Castilla-La Mancha), USA (Arizona), Messico (Chihuahua e Ciudad Juarez), Australia e Namibia.
In Italia pietre simili giacciono tra le argille dell’Appennino emiliano (Castel de’ Britti, Bologna).

Pietra detta "rosa del deserto"

La pietra che conosciamo con il nome comune di “rosa del deserto”

La rosa del deserto nella cristalloterapia

In cristalloterapia questa pietra è collegata all’amore psichico e fisico.
Posta vicino al chakra dei piedi stabilizza l’energia di altri cristalli, rafforza le convinzioni personali e concretizza gli intenti, frena gli sfoghi incontrollati e stabilisce un equilibrio tra desideri contrastanti; posta all’altezza del cuore restituisce forza e speranza dopo esperienze negative.

Nel bagno riduce e lenisce ustioni, vesciche e leviga la carnagione, supporta la rigenerazione e il ringiovanimento della pelle, concilia il sonno, ripara e rafforza il cuore e i sistemi circolatori.

Attira il romanticismo e l’amore (il colore rosa è adatto per trovare conforto e amore incondizionato), è di supporto al dolore, alla perdita di amore e di amicizie e aiuta a stabilire una buona connessione con neonati e bambini.
Conferisce empatia e sensibilità, elimina preoccupazioni, paura, ansia e traumi emotivi passati e sentimenti di angoscia inespressi.

Il Qatar e la sua rosa

Abbiamo visto una pianta e una pietra, ma forse non sai che la “rosa del deserto” ha ispirato un bellissimo museo, in Qatar, paese che ospita anche alcune attrazioni di interesse botanico da non perdere.

Il National Museum of Qatar

Situato nei pressi del Fariq Al Salatah Palace (residenza dello sceicco Abdullah bin Jassim Al-Thani e sede del governo), il National Museum of Qatar di Doha è uno spettacolare spazio espositivo ricoperto da 76.000 pannelli in 3.600 forme e dimensioni diverse, che riproducono l’aspetto della rosa del deserto.

Creato dall’architetto Jean Nouvel (lo stesso del Louvre Abu Dhabi, un museo d’arte e civiltà di Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti), occupa 52 mila metri quadri e ha una pianta circolare ispirata ai caravanserragli (luoghi di sosta delle carovane che attraversavano il deserto).

Un viale abbellito da 114 fontane e una laguna lunga 900 metri incantano i visitatori insieme al tetto in cemento armato, con curve rivestite in fibra di vetro color sabbia e alle sinuose aree espositive con reperti relativi alla storia della penisola del Qatar (tra cui un prezioso tappeto ottocentesco ricamato con perle del Golfo), dalla pesca delle ostriche al commercio di perle fino alla scoperta dei giacimenti petroliferi negli anni Cinquanta.

National Museum of Qatar, a forma di rosa del deserto

Il National Museum of Qatar

Il museo contiene, sottovetro, il famosissimo “fagga(o terfezia), il “tartufo bianco del deserto”, che può arrivare a costare anche a 550 euro/kg.

Tipico esempio di “fungo ipogeo” che cresce nel deserto dei Paesi del Golfo persico (Qatar e Oman), è apprezzato per le doti curative ed è usato, nella medicina locale, per trattare i disturbi di occhi, schiena, ginocchia e gambe ed è noto per le sue qualità afrodisiache.

È possibile raccoglierlo, dopo i rarissimi temporali del deserto, sottoterra, a pochi centimetri dalle radici delle piante da cui trae i nutrienti (il girasole del deserto). I “fagga” vengono gustati crudi in insalata, bolliti nel latte, saltati nel burro, arrostiti nei fuochi da campo o come ripieno o stufato.

Il Qur'anic Botanical Garden

Oltre al deserto del Khor-Al-Adaid (Patrimonio dell’Umanità secondo l’Unesco) con distese di sabbia che lambiscono il mare, interrotte da acacie solitarie e oasi punteggiate da rade palme, il Qatar ospita (grazie all’investimento di centinaia di milioni di dollari) il Qur’anic Botanical Garden che, unico al mondo, colleziona le varietà botaniche citate nel Corano e gli alberi legati alla meditazione e alla riflessione.

Tra aiuole, serre e vivai sono conservati 6.825 esemplari tra alberi, arbusti ed erbe perenni provenienti da diverse aree geografiche (deserto, zone temperate e tropicali): senape, cumino, orzo, lenticchie, fagioli neri, riso, sesamo, grano, cipolle, porri, aglio, cetriolo, zucca, anguria, astragalo, cactus, aloe vera, zenzero, basilico, incenso, oltre al Sidra Tree (un “albero totemico” che simboleggia i cambiamenti di abitudini e mentalità dei qatarioti dai beduini del deserto alle nuove generazioni).

Le mangrovie e i “Giardini botanici” del Qatar

I parchi pubblici della capitale Doha (Gharrafa Park, Aspire Park, Mia Park) sono sempreverdi e fioriti nonostante le altissime temperature grazie a sentieri rinfrescati dall’aria condizionata.

Ospitano il Brachychiton rupestris, l’”albero bottiglia” della famiglia delle Malvaceae, originario del Queensland, e alte palme.

”Albero bottiglia”, Brachychiton rupestris

“Albero bottiglia”, foto di djpmapleferryman, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Degna di nota, poco fuori da Doha e vicina al deserto, anche la foresta di mangrovie di Al-Thakira che, resistendo all’avanzata dei grattacieli, offre dimora a liane, rami intrecciati, fitte radici ingarbugliate sott’acqua, uccelli migratori, aironi, fenicotteri e grossi crostacei.

E se ami le atmosfere fatate che solo l’Oriente sa regalare, ti consigliamo il nostro racconto speciale sui giardini del Taj Mahal, in India. Buona lettura!

Foto di apertura di RENE RAUSCHENBERGER da Pixabay

Dedico questo articolo a mio padre, che quando ero piccola, al ritorno dai suoi lunghi viaggi in Algeria, ci portava in regalo dei bellissimi esemplari di rosa del deserto.

Patrizia Sivori

Questo articolo è stato curato da un’amica di Floralist:
Patrizia Sivori, Dottoressa in Lettere Moderne, Specialista in Beni archivistici e librari, con una passione per gli antichi libri di botanica, gli erbari medievali, le piante e la letteratura. 
Alla prossima!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *